giovedì 15 aprile 2021

 

                             Come Gioconda in tempi di covid

 

Ci eravamo dimenticati cosa volesse dire guardarci davvero. Lo sguardo che si posa su oggetti e cose attirato da caratteristiche che registra e fruisce non è lo stesso che passa tra esseri viventi, soprattutto nel silenzio della parola. Anche la bestiola che ci fissa dice tutto quello che vuole e ci impegna ad interpretarlo; nasce un discorso esclusivo che cerca risposta, linguaggio più efficace del miagolio o dell’abbaiare. Neppure la mimica facciale è presente, strumento che l’uomo utilizza per tutti i suoi fini e contesti, in modo non sempre affidabile.

Mi si dice, e ne sono affascinata, che il vocabolo “sguardo” indica “togliere la guardia”, accettare la sfida di esporre la propria anima all’incontro con l’altro. La vista è un senso che, dopo aver registrato, ci permette di conoscere a diversi livelli e se si incontra con lo sguardo altrui può avere effetti straordinari. Esiste il paradosso di quella tela inerte su cui è dipinta l’immagine femminile più famosa al mondo, la Gioconda di Leonardo, che deve il suo fascino all’intensità misteriosa degli occhi, che solo una mano geniale potè rendere così vivi. Perfino le vignette ironiche che la rappresentano con mascherina sul suo indecifrabile sorriso, hanno evidenziato, se possibile, l'efficacia dello sguardo. Tutto ciò diventa più chiaro in tempi come questi.

La mia nipote numero sette, degli otto che sono la presenza più stimolante in questa mia fase della vita, è stata testimone e fondamento delle riflessioni in proposito. Un anno fa il sacrificio più duro, non poter abbracciare, toccare, neppure vedere da lontano quelle care persone, nonostante vivessimo a distanza di poche strade; ma, felicemente informata, potevo andare in alcune rivendite di prima necessità, come alimentari ed edicole, che avevano una collocazione strategica nel nostro quartiere. Così concordammo un incontro a distanza dal verduraio. Io da una parte, mia figlia e la piccola Lara, sei anni, dall’altra, arrivate a distanza di qualche minuto,ci ritrovammo divise da diversi clienti in fila, distanziati anch’essi. Le mascherine coprivano i nostri sorrisi, le mani si agitavano in saluti impotenti. Finchè il mio sguardo incrociò lo sguardo di Lara e ci fermammo a lungo nel guardarci. Ci fu un luccichio negli occhi di lei, che senza preavviso si staccò dalla mano della mamma, correndo ad abbracciarmi forte alla vita, come la sua altezza le consentiva. Io ricambiai come potevo, conscia dell’attenzione delle persone in fila, ma è inutile descrivere quel qualcosa di molto dolce che ci sommerse entrambe. Segnalai a mia figlia l’urgenza di non interrompere quell’incontro, presi la mano di Lara e ci dirigemmo felici verso l’edicola al di là della strada.

In questi mesi molte volte ho potuto godere, in varie occasioni e con persone “speciali”, l’effetto di questa comunicazione, annoverandone l’esperienza come uno dei pochi, preziosi portati della situazione di privazione vissuta. Arrivando a considerare la differenza qualitativa di quel flusso affettivo con altre modalità che tanta presa hanno avuto sulle relazioni umane, occupandone addirittura il campo in tempi di pandemia. Come l’indefessa, direi ossessiva attività on line, con scambio di messaggi edulcorati dall’illusione di sentirsi vicini in forma splendida ed invincibile. La realtà è lontana, come la nostra normalità, bisognosa di sincere e palpabili espressioni affettive.   

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