Come Gioconda in
tempi di covid
Ci eravamo dimenticati
cosa volesse dire guardarci davvero. Lo sguardo che si posa su oggetti e cose
attirato da caratteristiche che registra e fruisce non è lo stesso che passa
tra esseri viventi, soprattutto nel silenzio della parola. Anche la bestiola
che ci fissa dice tutto quello che vuole e ci impegna ad interpretarlo; nasce
un discorso esclusivo che cerca risposta, linguaggio più efficace del miagolio
o dell’abbaiare. Neppure la mimica facciale è presente, strumento che l’uomo
utilizza per tutti i suoi fini e contesti, in modo non sempre affidabile.
Mi si dice, e ne sono
affascinata, che il vocabolo “sguardo” indica “togliere la guardia”, accettare
la sfida di esporre la propria anima all’incontro con l’altro. La vista è un
senso che, dopo aver registrato, ci permette di conoscere a diversi livelli e
se si incontra con lo sguardo altrui può avere effetti straordinari. Esiste il
paradosso di quella tela inerte su cui è dipinta l’immagine femminile più
famosa al mondo, la Gioconda di Leonardo, che deve il suo fascino all’intensità
misteriosa degli occhi, che solo una mano geniale potè rendere così vivi. Perfino
le vignette ironiche che la rappresentano con mascherina sul suo indecifrabile
sorriso, hanno evidenziato, se possibile, l'efficacia dello sguardo. Tutto ciò
diventa più chiaro in tempi come questi.
La mia nipote numero
sette, degli otto che sono la presenza più stimolante in questa mia fase della
vita, è stata testimone e fondamento delle riflessioni in proposito. Un anno fa
il sacrificio più duro, non poter abbracciare, toccare, neppure vedere da
lontano quelle care persone, nonostante vivessimo a distanza di poche strade;
ma, felicemente informata, potevo andare in alcune rivendite di prima
necessità, come alimentari ed edicole, che avevano una collocazione strategica nel
nostro quartiere. Così concordammo un incontro a distanza dal verduraio. Io da
una parte, mia figlia e la piccola Lara, sei anni, dall’altra, arrivate a
distanza di qualche minuto,ci ritrovammo divise da diversi clienti in fila,
distanziati anch’essi. Le mascherine coprivano i nostri sorrisi, le mani si
agitavano in saluti impotenti. Finchè il mio sguardo incrociò lo sguardo di
Lara e ci fermammo a lungo nel guardarci. Ci fu un luccichio negli occhi di
lei, che senza preavviso si staccò dalla mano della mamma, correndo ad
abbracciarmi forte alla vita, come la sua altezza le consentiva. Io ricambiai
come potevo, conscia dell’attenzione delle persone in fila, ma è inutile
descrivere quel qualcosa di molto dolce che ci sommerse entrambe. Segnalai a
mia figlia l’urgenza di non interrompere quell’incontro, presi la mano di Lara
e ci dirigemmo felici verso l’edicola al di là della strada.
In questi mesi molte
volte ho potuto godere, in varie occasioni e con persone “speciali”, l’effetto
di questa comunicazione, annoverandone l’esperienza come uno dei pochi,
preziosi portati della situazione di privazione vissuta. Arrivando a
considerare la differenza qualitativa di quel flusso affettivo con altre
modalità che tanta presa hanno avuto sulle relazioni umane, occupandone
addirittura il campo in tempi di pandemia. Come l’indefessa, direi ossessiva
attività on line, con scambio di messaggi edulcorati dall’illusione di sentirsi
vicini in forma splendida ed invincibile. La realtà è lontana, come la nostra
normalità, bisognosa di sincere e palpabili espressioni affettive.
Mi piace l'etimologia di sguardo che ti è stata data, sono Paola
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